la chiesa di roma - volume 1

  • Titolo: La Chiesa di Roma - Volume 1 - Quale Apostolicità Quale Primato
  • Autore: Alessandro Corvisieri
  • Editore: Paleario Editore
  • Genere: Saggistica
  • Anno: 2004
  • Pagine: 362
  • ISBN: 978-88-940882-1-2
  • Prezzo: EUR 20,00

alcuni brani

Da Pietro e Roma - Origini e ragioni della "tradizione" (Pagine 19-26)

"Da tempo i rappresentanti di chiese evangeliche, già prospere nel resto d'Italia, anelavano a misurarsi proprio a Roma con accreditati rappresentanti della Chiesa cattolica su un tema per essa centrale: la verità sulla venuta e l'apostolato di San Pietro in Roma.

La Chiesa accettò la sfida e il 19 febbraio 1872 ebbe luogo la cosiddetta Disputa. Di questa basandosi concordemente sui rapporti stenografici delle due parti, fu pubblicato dai cattolici un resoconto del quale riporteremo più d'un brano significativo.

Parlò per primo il ministro protestante Sciarelli, che dimostrò, testi sacri alla mano, l'impossibilità della venuta di Pietro nell'Urbe. le "Lettere" e gli "Atti degli Apostoli" infatti registrano permanenze dell'apostolo soltanto in Asia Minore; inoltre i periodi son lunghi e conseguenti, cioè si saldano insieme ed escludono la presenza in Roma nei tempi che sostiene la Chiesa. Questa presenza poi, oltre a scontrarsi con la cronologia legata ai viaggi cogniti, sarebbe contraria al chiaro e solenne impegno che Pietro assunse con altri apostoli, quello d'andare ad evangelizzare i circoncisi, mentre agli incirconcisi (i Gentili) avrebbero provveduto Paolo e Barnaba.

La dimostrazione dello Sciarelli è così chiara e incalzante che non viene impugnata dall'antagonista monsignor Fabiani, il quale reputa invece opportuno argomentare sul piano del non verificabile e scambiare, ove occorra, l'ipotesi con la tesi.

Secondo lui lo studio della cronologia non dimostra nulla nel caso di fatti soprannaturali. La storia si fonda su ciò che gli uomini accertarono con i loro occhi; ma Gesù, che venne al mondo, predicò e morì sulla croce si mostrò dinanzi al cospetto degli uomini come uomo, e come tale qualunque occhio lo vide; ma egli era il figlio di Dio (...) Era il Redentore di tutto il mondo. E questo non si vedeva con gli occhi, a questo era necessaria una testimonianza divina che i nostri avversari e della Chiesa ripongono solamente nella Sacra Scrittura, e che noi riponiamo insieme colla divina Scrittura nell'insegnamento, nel magistero della Chiesa e nella sua Tradizione.

Non v'è chi non afferri che qui il Fabiani sorvola sulla legittimità di questo magistero che è l'unica realtà che è chiamato a dimostrare.

Ma lui va oltre tentando di difendere la sua tesi anche sul piano della storia: ricorda, tra tanta retorica, che Roma era fin dai tempi apostolici il centro di un continuo andirivieni di personaggi insigni del primo Cristianesimo che sarebbero venuti per sapere le antiche storie, le antiche tradizioni, gl'insegnamenti.

E nella lista di questi assetati di verità sarebbero secondo lui Ignazio, che in realtà è stato qui trascinato come reo, Egesippo che, come vedremo, ha i suoi buoni motivi per sostenere una favola, e altri tre, Policarpo, Marcione e Valentino che non sono proprio venuti a chiedere lumi: Policarpo venne per concordare la definizione del tempo pasquale col vescovo di Roma, di cui non accettò il parere e se ne ripartì con le proprie idee; Marcione che a Roma subito si separò dal credo cattolico per attestarsi su posizioni dualiste; Valentino che venne per procurar proseliti alla sua corrente di tipo gnostico e proprio a Roma fu due volte scacciato dalle adunanze e scomunicato.

Gli altri che il canonico indica come testimoni, Ireneo, Tertulliano ed Ottato Milevitano, sono già tardi autori occidentali; naturalmente conquistati alla Tradizione; per non parlare di San Cipriano che soltanto mercè una patente falsificazione si può nominare in questo contesto.

Quell'accenno poi all'accorrere a Roma nell'età apostolica di gente desiderosa di lumi è un'altra fantasia, se ancora nell'anno 61 i Romani chiedevano a Paolo appena giunto nella loro città cosa pensasse su quella setta che era risaputo avere oppositori in ogni luogo.

Ma quando anche fosse venuto a Roma il decuplo dei personaggi citati, ciò non dimostrerebbe proprio nulla.

Ultimo tema su cui il Fabiani, nel suo pressappochismo, fa molto affidamento è la provenienza della lettera che Pietro da Babilonia indirizza ad alcune popolazioni dell'Asia Minore. Per il monsignore, appoggiandosi alle asserzioni di Eusebio, la provenienza è Roma, che Pietro chiamerebbe metaforicamente Babilonia. Ma è chiaro a tutti che Eusebio scrive a distanza di tre secoli dal personaggio Pietro e quel che sa della sua venuta a Roma è solo ciò che da oltre cent'anni va ripetendo la Tradizione, né è da sottovalutarsi il suo zelo nell'accontentare il grande Costantino che ha le sue buone ragioni per tradurre in storia ciò che è soltanto leggenda.

Eusebio infatti accenna alla lettera in modo subito tendenzioso dicendo: Pietro nomina Marco nella sua lettera che dicono compose proprio a Roma, città da lui indicata chiamandola metaforicamente Babilonia.

Sarebbe a dire che Pietro, presagendo di cadere nella persecuzione neroniana, s'affida alla metafora per non rilevare ai persecutori il luogo della sua residenza. E ovviamente son con lui gli scrittori cattolici precisando che quel Babilonia non può significare che Roma, dato che nella città asiatica, non compresa nell'impero, non poteva esserci persecuzione.

Tra i tanti modi che ci si offrono per controbattere argomentazioni del genere, ci sarebbe anche quello di ricordare che questa sbandierata lettera di Pietro, sottoposta oggi ad un esame rigoroso, si sta rivelando un falso; ma noi, per tranquillità del lettore, possiamo dimostrare che essa, anche se fosse autentica, non verrebbe in aiuto della Tradizione.

Infatti non è detto che Pietro, stando a Babilonia, non potesse presentire i pericoli della persecuzione neroniana, se pensava di dover percorrere terre tanto vaste dell'Impero, dalla Palestina al Ponto, per il suo impegno d'evangelizzazione.

Non era necessario che stesse a Roma per temere. Se poi andiamo a valutare ciò che la Tradizione sostiene circa i modi del martirio, possiamo avvertire le contraddizioni in cui cade per poterne certificare una corocifissione in Roma senza però smentire le parole pronunciate dal Cristo nella terra dei Giudei: Vi mando dei savi, alcuni voi ne ucciderete e metterete in croce.. La tradizione allora dovrà descrivere una crocifissione alla maniera dei Giudei, con la testa all'in giù, messa in atto però proprio a Roma dov'era praticata con la testa in alto. Di tale Tradizione, diciamo così ad usum delphini, c'è naturalmente da diffidare e soprattutto non prendere per oro colato tutto quanto dichiara lo storico cortigiano sulla cui attendibilità un personaggio come Jacopo Burckhardt, trovatosi spesso a interpretarne gli scritti, ha potuto dire: Egli è il primo storiografo dell'antichità che sia in tutto e per tutto disonesto.

E' ora di congedarci dal canonico Fabiani, ma non senza aver esposto, con le sue stesse parole, una sua singolare teoria che può dar ragione delle sue posizioni. Questa vien fuori quando il dotto canonico dichiara che il suo antagonista, per negare la presenza dell'apostolo a Roma, si è servito di due argomenti: il silenzio in proposito delle Scritture e la cronologia da quelle risultante che assegna a Pietro, con stretta connessione, presenze in tutt'altri luoghi. Ma piano! - avverte il Fabiani - noi dobbiamo credere tutto quello che la Scrittura dice, ma non siamo obbligati a non credere niente di quello che la Scrittura tace (...). A questo punto chiediamo scusa al lettore se ci rifacciamo a un notissimo vignettista nostrano che, narrando d'un astutissimo bandito, avvertiva che, essendo quegli così abile da non lasciar mai traccia di sè, la polizia doveva ricercarlo soltanto ove di lui non esisteva traccia alcuna.

Ma il canonico Fabiani non è il solo a stupirci: c'è l'ultimo oratore di parte cattolica, il sacerdote Guidi, che restando nel vago e nel declamatorio, è riuscito a regalarci qualche altra perla. Secondo lui l'apostolo è stato certamente a Roma, perchè tra i moderati degli evangelici c'è qualcuno che non lo esclude; se poi questo qualcuno sia convinto per fede e non per prove sembra che a lui non importi. Anche il Guidi si scaglia contro il vezzo di attribuire univocità alla cronologia (la quale è stato dimostrato che non ammette la presenza a Roma dell'apostolo) e sostiene: Ci si dice che la cronologia esclude la venuta di San Pietro a Roma. Ma quale cronologia? Quella che qualcuno potrebbe inventare e supporre; e noi collo stesso diritto potremo opporre altre ed altre cronologie nelle quali entra benissimo la venuta di San Pietro in Roma. Per decidere dunque quale sia la vera cronologia, la logica insegna di andare dal noto all'ignoto, insegna a seguire quello che è veramente assicurato. Ora quello che è assicurato è il fatto della venuta di San Pietro in Roma, quello che è incerto è la cronologia. Speriamo di poterla trovare questa cronologia, sicuri sempre che il criterio per giudicare la verità di essa sarà l'arrivo di San Pietro in Roma.

C'è da rimanere estasiati dal candido modo che dà per dimostrato quel che si deve dimostrare e che tratta la cronologia come fosse la personale opinione di qualcuno.

Il Guidi non era chiamato per proclamare che l'arrivo di Pietro era un fatto sicuro, ma per dimostrare la sicurezza di quel fatto.

Se il nostro per caso avesse fatto il capostazione, a chi avesse protestato per il forte ritardo di un treno, avrebbe risposto che il treno era in orario e che tutti gli orologi erano da rimettere.

Varie altre licenze s'è permesso il dotto sacerdote, sulle quali è il caso di sorvolare, meno che sull'ultima: eccola: La venuta di San Pietro in Roma è attestata da un testimonio così grande e colossale qual'è la stessa Chiesa di Roma.. Questo, tra gente avvezza a ragionare, è un disinvolto espediente che si chiama petitio principii."

Dalle Considerazioni finali (Pagine 263-270)

"Data questa indefettibile tendenza a primeggiare che sin dalla fine del II secolo, quasi senza interruzione, invade ogni pensiero dei vescovi di Roma, come non chiedersi qual sia l'origine e il senso di quel passo di Matteo celebrante l'investitura dell'apostolo Pietro, in così evidente dissonanza con tutto il discorso evangelico?

A tal proposito non possiamo ignorare quanto Alfred Loisy, il massimo studioso moderno delle origini cristiane, dichiara sull'antichità e paternità del Vangelo secondo Matteo, attribuito all'apostolo per conferirgli credibilità ma compilato attorno all'anno 125, quando cioè la comunità romana s'ingegnava già a costruire una scrittura ad essa conveniente.

In tempi relativamente recenti Ernesto Buonaiuti, facendo sua la tesi d'una reazione giudaico-cristiana al dilagante Paolinismo del II secolo, ha ipotizzato che l'influente Egesippo, o qualcuno prima di lui, abbia interpolato un originale testo semita introducendo nell'episodio di Cesarea quel gioco di parole, tutto aramaico, sul nome di Cefas.

Noi, oltre ad attenerci ai risultati di una seria analisi che pende per un'origine greca del primo Vangelo anziché semitica, preferiamo evitare una vana ricerca di responsabilità, bastandoci mostrare l'estraneità di quell'inciso non solo all'orditura del discorso, ma soprattutto alla più volte palesata volontà del Cristo. Basta infatti una lettura anche superficiale dei Vangeli per ravvisare quanto egli si preoccupasse di non far nascere una gerarchia fra i suoi discepoli: in ben sei passi è espressa chiaramente questa preoccupazione, mentre in un settimo è detto senza mezzi termini che a tutti e dodici gli apostoli (non soltanto a Pietro) è affidato il mandato divino del "legare", e in un ottavo è ribadita l'assoluta parità di potere spirituale tra i dodici. Noi, a suo tempo, torneremo su questi passi e li riporteremo per intero perchè tutti possano accertarsene.

Ci preme comunque avvisare che da gran tempo si sostiene, Vangeli alla mano, la parità fra gli apostoli e che da sempre la Chiesa ripaga questa limpida interpretazione con scomuniche e imputazioni di eresia, mettendo allo scoperto il timore di accettare una simile discussione. La parità era sostenuta già agli inizi del V secolo da San Girolamo (in una lettera che presto vedremo) e ancora, agli albori del XIV, da Marsilio da Padova, Giovanni di Janduno e Guglielmo Ockham.

Ma torniamo ora alla frase di Matteo (XVI, 18-19) che è al centro dell'attuale esame.

Senza dubbio essa diverge dalle narrazioni che Marco e Luca dedicano allo stesso episodio e pensiamo sia il caso di rilevarne la singolarissima diversità con un raffronto diretto, per il qualeriportiamo nella pagina a fronte, letteralmente e in parallelo, le tre narrazioni, curando di usare un carattere minuto (perchè sia facilmente riconoscibile) per quel commento di Gesù alla risposta di Pietro che si trova solo in Matteo. Ora, se si tralascia di leggere dello stesso Matteo la parte in carattere minuto, ci si trova sorprendentemente davanti ad un passo che è l'immagine speculare dei corrispondenti di Marco e Luca, in quanto nelle narrazioni dell'identico episodio, oltre un'equivalenza di significato, c'è persino identità di costruzione e di termini.

E' un raffronto questo che non può non alimentare il sospetto che quel commento solenne di Gesù alla risposta di Pietro sia estraneo ad un testo originario a cui, come gli altri, Matteo con evidenza si attiene.

Con molta buona volontà il sospetto si potrebbe lasciar cadere se non fosse rafforzato dal prologo rivelatore del Vangelo di Luca e dall'esistenza di altri passi evangelici che sullo stesso tema si esprimono in modo diametralmente opposto.

Cominciamo con l'esaminare il prologo citato: Luca all'inizio (I, 1-4) scrive: Poiché molti hanno intrapreso ad ordinare una narrazione dei fatti che si son compiuti fra noi, secondo che ce li hanno tramandati quelli che da principio ne furono testimoni oculari (...), è parso bene anche a me, dopo essermi accuratamente informato d'ogni cosa all'origine, di scrivertene per ordine o eccellentissimo Teofilo (...).

MATTEO XVI,
13-20
MARCO VIII,
27-30
LUCA IX,
18-21
Interrogava i suoi discepoli dicendo: chi dicono gli uomini che sia il figlio dell'uomo? Ed essi dissero: alcuni Giovanni Battista, altri Elia, altri Geremia o uno dei profeti. Dice ad essi: e voi chi dite ch'io sia? E Simon Pietro rispondendo disse: tu sei il Cristo figlio del Dio vivente.
E Gesù rispondendo disse: te beato o Simone, perchè non la carne e il sangue te l'ha rivelato ma il Padre mio che è nei cieli. E io ti dico che tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte dell'inferno non prevarranno contro di essa. E io ti darò le chiavi del Regno dei cieli; e quel che avrai legato in terra sarà legato in cielo; e quel che avrai sciolto sarà sciolto anche nei cieli.
Poi comandò ai discepoli che non dicessero ad alcuno ch'egli era il Cristo.
Interrogava i suoi discepoli dicendo ad essi: chi dicono gli uomini che io sia? Ed essi risposero dicendo: alcuni Giovanni Battista, altri Elia, altri ancora uno dei profeti. Allora dice loro: e voi chi dite ch'io sia? E Pietro dice a lui: tu sei il Cristo.

















Ma egli comandò che non dicessero (questo) ad alcuno.
Interrogò [i discepoli] dicendo: chi dicono le turbe che io sia? Ed essi rispondendo dissero: Giovanni Battista, ed altri Elia, altri ancora uno degli antichi profeti. E disse: e voi chi dite ch'io sia? E Pietro rispondendo disse: tu sei il Cristo di Dio.
















Ed egli con intimazione vietò loro di dire questo ad alcuno.

Ci chiediamo, in quel menzionare evangeli scritti da non diretti testimoni, si può in coscienza escludere che si alluda anche agli altri due sinottici? E se Luca in un tempo appena più tardo (gli Atti rivelano trattarsi di un compagno di Paolo), informatosi così bene sui fatti da raccontare, non fa parola dell'investitura di Pietro come escludere che si tratti di un'interpolazione a lui posteriore?

Ciò che più meraviglia però è l'assenza dell'inciso dell'investitura in Marco, poichè da più parti autorevoli si nota che i tre sinottici nella sostanza e nella scelta dipendono da un materiale ad essi preesistente che hanno differentemente utilizzato e se poi andiamo a cercare episodi comuni a tutti e tre, ci accorgiamo che questi si ritrovano nella quasi totalità nel Vangelo di Marco.

Il Burkitt, tenuto in gran conto dal Loisy, scrive: Sembra che Marco contenga nella sua totalità, o quasi totalità, un documento di cui Matteo e Luca si servono indipendentemente l'uno dall'altro.

Oltre alla stranezza dell'inciso dell'investitura, c'è nel Vangelo di Matteo qualche indizio che lo fa sospettare posteriore a quello di Luca o perlomeno che abbia subito interpolazioni assai posteriori: se osserviamo la famosa ed abusata frase: Beati i poveri di spirito (...) gli affamati e gli assetati di giustizia che in Luca suona semplicemente: Beati i poveri, beati gli affamati, sorge un altro sospetto, che quei "di spirito" e "di giustizia" siano stati aggiunti abbastanza tardi per rendere meno impraticabile l'insegnamento per chi già pensava a procurarsi delle comodità.

Veniamo ora ai passi evangelici che contrastano con l'inciso di Matteo sull'investitura di Pietro.

E' scritto in Matteo (XX, 25-27): Voi sapete che i principi delle nazioni le signoreggiano e che i grandi esercitano un potere su di esse, ma non sia così fra voi, anzi chiunque fra voi vorrà essere il primo, sarà il vostro servitore.

Lo stesso Matteo tornerà con identico severo avvertimento tre capitoli in appresso (XXIII, 8-12).

Eguale ammonizione ai discepoli troviamo in Marco (X, 43-45) e con parole quasi identiche; ma prima, sempre in Marco (IX, 32-34) leggiamo: Vennero a Cafarnao e, come furono in casa [Gesù] li interrogava: - Di che parlavate durante il cammino? - Ma essi tacevano, perchè lungo il cammino avevano discusso chi di loro fosse il maggiore. Allora egli, sedutosi, chiamò a sé i dodici e disse loro: - Chi vuol essere il primo sarà l'ultimo di tutti e il servo di tutti.

C'è infine anche in Luca un monito del Cristo ai discepoli dopo aver letto nei loro pensieri un'ansia di primeggiare: è quando dice ai suoi (IX, 48): Chi è il più piccolo fra voi tutti, costui è il più grande.

A questi inequivocabili episodi in cui il Cristo insiste sulla parità fra i discepoli, se ne aggiunge un altro (Matteo XVIII, 18-19) che segue di poco l'inciso dell'investitura, e che, come già annunciato, attribuicsce a tutti i dodici, non solo a Pietro, la facoltà di legare e sciogliere in nome di Dio: eccone le parole: In verità vi dico: tutto ciò che legherete sulla terra sarà legato anche in cielo e tutto ciò che avrete sciolto sulla terra sarà sciolto nel cielo.

Riportiamo infine dal Vangelo di Giovanni un passo (XX, 21-23) che parla con estrema chiarezza: Gesù disse loro [ai discepoli] pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi e, detto questo, soffiò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo. A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi, a chi li riterrete saranno ritenuti.

I brani riportati, e un altro che ci siamo limitati a citare, dovrebbero costituire materiale di estrema attenzione per i molti che fanno dell'interpretazione delle Scritture neotestamentarie, che quantitativamente sono poca cosa, la ragione prima della propria esistenza. Invece, con tanto parlare che si fa dei Vangeli, è come se questi brani non esistessero: da nessun pulpito vengono mai posti all'attenzione dei fedeli e in nessuna delle edizioni cattoliche raccolgono una parola di commento: anzi è sintomatico come in esse si ostenti sempre interesse per un versetto che li precede e poi subito per qualche altro che li segue."

Dalle Considerazioni finali (Pagine 280-281)

"Oggi si finge di ignorare che la Chiesa Romana proprio nei secoli in cui non ha avuto un primato da brandire con efficacia, ha riscosso ugualmente credito negli ambiti della fede e della morale. A Calcedonia per esempio, nell'anno 451, fu accolta con entusiasmo la formula di fede proposta da papa Leone Magno col suo Tomus, sebbene l'intero concilio ecumenico poco prima avesse respinto all'unanimità la lettera dello stesso Leone tendente a legittimare un proprio primato. E quell'iniziale rigetto, per lo più taciuto dalla storiografia cattolica o attibuito con sufficienza ad un epidermico livore antioccidentale di tutta la Chiesa Greca, nessuno o quasi nessuno sa che era il linea con quel che il santo dottore Girolamo, campione della Chiesa Latina, aveva sostenuto pochi anni avanti scrivendo al presbitero Evangelus: LA CHIESA DELLA CITTA' DI ROMA NON DEVE ESSERE RITENUTA DIVERSA DALLA CHIESA DI TUTTO IL MONDO. LA GALLIA, LA BRITANNIA, L'AFRICA, LA PERSIA, L'ORIENTE, L'INDIA E TUTTE LE POPOLAZIONI BARBARE ADORANO SOLTANTO CRISTO E SEGUONO UNA SOLA REGOLA DI VERITA'. SE SI FA QUESTIONE D'AUTORITA', LA TERRA TUTTA ASSIEME E' MAGGIORE DI ROMA.

DOVUNQUE CI SIANO VESCOVI, A ROMA O A GUBBIO, A COSTANTINOPOLI O A REGGIO, AD ALESSANDRIA O A TANIS, HANNO TUTTI LA STESSA QUANTITA' DI MERITO E DI SACERDOZIO. SONO IL POTERE DELLA RICCHEZZA E L'UMILTA' DELLA MISERIA A RENDERE IL VESCOVO PIU' GRANDIOSO O PIU' MODESTO. PER IL RESTO, SONO TUTTI SUCCESSORI DEGLI APOSTOLI.

Se ne deduce che al vescovo di Roma si può riconoscere un certo "orgoglio" ma non un superiore potere spirituale."

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