chiesa e schiavitù

  • Titolo: Chiesa e Schiavitù
  • Autore: Alessandro Corvisieri
  • Editore: Paleario Editore
  • Genere: Saggistica
  • Anno: 2002
  • Pagine: 285
  • ISBN: 978-88-940882-0-5
  • Prezzo: EUR 18,00

alcuni brani

Dal Capitolo V - Gl'interventi papali (pagine 67-70)

"Commentando le trovate del Brandi, abbiamo lasciato per ultima quella che intende giustificare il Motu Proprio di papa Farnese che appare sul bando dei Conservatori di Roma del 12 gennaio 1549. L'abbiamo lasciata in ultimo per porla nell'evidenza che merita.

Noi non sapevamo quali cristiani propositi avessero mosso il papa a permettere ai signori romani di possedere nelle loro case e in avvenire comprare in deroga ad ogni precedente disposizione, degli schiavi: ma ora tutto viene spiegato e con una nota in più: quella del ridicolo.

Il nostro gesuita, ritenendo di possedere ragioni di ferro, ci dice: Che cosa dunque permise Paolo III? Forse la schiavitù propriamente detta, come vorrebbe far credere lo scrittore della "Tribuna"? Certamente no; poiché è dimostrato che durante tutti i quindici anni del suo pontificato egli la combatté strenuamente, neppure può dirsi che fosse la servitù ingiusta nella sua ragione, o dura nella sua applicazione; poiché è parimente dimostrato ch'egli a più riprese condannò l'una e l'altra e s'adoperò a far sì che in Roma e nel mondo intero fosse 'in ossequio alla cristiana religione il duro giogo della servitù del tutto estinto'. La servitù che Paolo III, per temperamento pratico di disposizioni già emanate, s'indusse a tollerare, fu bensì una servitù vera, ma una servitù mite: quella sola che i conservatori di Roma instantemente gli avevano domandata A VANTAGGIO DELLE FAMIGLIE ROMANE LE QUALI, BISOGNOSE D'ESSERE SERVITE, SI REPUTAVANO GRAVATE DAGLI IMMODERATI SALARI RICHIESTI DA SERVITORI E FANTESCHE.

A simili incredibili argomentazioni verrebbe voglia di rispondere subito e forse restando faticosamente nei limiti dell'urbanità, noi però non dobbiamo tralasciare l'esame di nessuna parte di questa congerie di sciocchezze e, andando per ordine, rispondiamo prima di tutto all'affermazione secondo cui durante tutti i quindici anni del suo pontificato Paolo III combattè strenuamente la schiavitù.

A parte il fatto che al tredicesimo anno regalava già ai romani il permesso d'avere e comprare schiavi, conveniamo che nel secondo anno, a giugno del 1535, s'espresse a favore dell'emancipazione con un Motu Proprio che richiamava in vita un antico, macchinoso privilegio (egli stesso non sapeva se d'origine pontificale o imperiale) per il quale lo schiavo che riusciva ad accorrere dai Conservatori in Campidoglio reclamando la propria libertà, la avrebbe ottenuta subito di diritto. Come si vede, non era questo uno strenuo combattere la schiavitù, anche perché non era prevista nessuna sanzione a carico di chi detenesse schiavi in Roma e nello Stato della Chiesa, e la stessa affrancazione prevedeva di necessità il verificarsi di circostanze materiali che ai padroni era facile impedire.

D'altronde non risulta neppure che il papa nei tredici anni che seguirono si sia preoccupato di quali risultati sortisse la sua poco più che verbale iniziativa riguardante Roma e non il mondo intero; e noi conveniamo con Ignazio Giorgi quando dichiara: Dal 1535 al 1548 pare non avvenissero cambiamenti intorno alla schiavitù, e penso che almen di diritto vigesse il benigno Motu Proprio di Paolo, dico di diritto perché di fatto era naturale che i padroni facessero buona guardia agli schiavi per impedire loro d'accorrere al Campidoglio acclamando la libertà.

Per quanto riguarda invece il Motu Proprio successivo, quello del 1548, stando alle cattoliche distinzioni del nostro, vogliamo far presente che il papa combatté, se combatté, la servitù ingiusta nella sua origine e non quella giusta nel suo titolo fondata sul diritto di guerra che era in buona parte quella che egli permetteva a Roma. sostenere poi che quest'ultima sia "giusta" significa semplicemente approvare, con lievissime differenze, quella praticata dai pagani contro cui si è fulminato in tutto il corso della focosa apologia.

Detto questo, che ci pare basti ad abbattere tanti sofismi, veniamo alle ridicolaggini: di questa schiavitù che Paolo III per temperamento pratico di disposizioni già emanate s'indusse a tollerare, che immagine ci dobbiamo fare? O piuttosto, che modo d'esprimersi è questo se non una ricerca di comoda fumosità?

Ma ecco dove rifulge lo spirito caritatevole del pontefice (e qui l'esposizione è chiara): quando con paterna sollecitudine, viene incontro alle ricche famiglie romane bisognose d'essere servite gratuitamente.

Grazie, padre Brandi per tanta e insperata chiarezza."

Dal Capitolo IX - La Chiesa e il mercato degli schiavi dal XIV al XVIII secolo (pagine 108-112)

"Ora però, continuando la nostra rassegna di documenti, sarà bene spostarci ad un livello superiore, perché non si dica che abbiamo malignamente colto il riprovevole contegno di qualche prelato per rappresentare la condotta generale del clero cattolico.

A tal proposito viene in nostro aiuto la vasta collezione di chirografi papali conservata nell'Archivio di Stato di Roma, in cui ricorre spesso l'argomento schiavitù in interventi che, con particolare benignità ci limitiamo a definire non esaltanti. Ne riportiamo subito due di Urbano VIII senza però tralasciare il moto di stizza di chi ce li presenta: Vediamo - scrive il Bertolotti - come Urbano si regolava con i propri schiavi, essendosi da taluni stampato che egli aveva condannato risolutamente chi riduceva in schiavitù i negri, fra cui il Cibrario che spesso ripete "la Chiesa non cessò di proteggere la causa dell'umanità e della libertà; non dimenticò mai che i servi erano suoi fratelli in Cristo, ne tutelò la persona e la dignità, ne punì le offese, ne favorì l'affrancamento".

Ma eccoci agli incontestabili documenti che di certo non danno ragione al Cibrario e ai suoi attuali emuli.

        Dal nostro Palazzo apostolico li 31 gennaio 1629.
Monsignor Durazzi, nostro tesoriere generale.
Havendo noi risoluto che si comprino per la nostra Camera li quaranta schiavi che alcuni particolari padroni hanno nelle nostre galere... et avendoci poi riferito che li quindici schiavi che sono di Francesco Centurione si possano pagare 130 scudi l'uno et l'altri quindici
(seguono i nomi dei padroni) scudi cento l'uno e gli altri dieci del capitano Gozzadini scudi settanta l'uno, habbiamo risoluto che si comprino per il detto prezzo oppure si restituischino alli padroni quando non si contentino..etc..
                                    URBANUS PAPA VIII
(R° Chirografi 1628-1630, fol. 126)

Il secondo chirografo rivela come nell'apparato pontificio si ripartivano le prede. Con esso il papa ordina al tesorirere di conferire col proprio fratello Carlo Barberini comandante delle galere, al quale spetta scegliere per sé una portione dei diciassette schiavi dell'ultima presa o, se preferisce, gli si paghino in cambio trecento scudi, e cento se ne paghino al commendator Nari, luogotenente per uno schiavo che per la detta presa gli si deve.
(R° Chirografi 1627-1629, fol. 222-223).

Sulla stessa raccolta di chirografi leggiamo quello di Innocenzo X del 1645 in cui si ordina di comprare cento schiavi turchi da mettere ai remi; e un altro del 1646 dello stesso papa in cui si stanzia una grossa somma a favore del pagatore delle galere per valersene tanto nella compra di diversi schiavi quanto in altre occorrenze.

Non fa miglior figura papa Alessandro VII, sia nel 1656, quando autorizza la permuta d'uno schiavo già avviato alle galere con altro che deve essere d'egual bontà e robustezza, sia quando accetta di liberare due schiavi (uno è rumeno) ammalati che han fatto domanda di grazia, purchè, togliendo loro ogni risparmio e vendendo le loro misere robe ancorché tutto - osserva il papa - come acquistato in schiavitù, spetti alla nostra camera si possano comprare altri schiavi.
(R° Chirografi 1656-1658, fol. 38).

Ad Alessandro VII nel 1658 giunge la supplica d'un certo Giovanni da Sagora che, fatto schiavo a tredici anni, nonostante cristiano e tuttavia ritenuto alla catena, chiede di essere liberato promettendo però di consegnare in riscatto dui schiavi turchi giovani e di bona sanità e attitudine al servitio.

Alessandro trova conveniente il baratto e dà i necessari ordini per l'esecuzione.

Ora, soltanto per brevità, tralasciamo di menzionare altri numerosi chirografi del solito tenore, limitandoci a riportarne uno solo e quasi per intero perché è un chiaro segno della pontificia carità.

        Mons. G.R. Imperiale, nostro tesoriere generale.
Essendoci rappresentato per parte degli infrascritti turchi schiavi nelle nostre galere pontificie che per lungo servitio in quelle prestato o per la loro vecchiaia patiscono di tali indispositioni che si rende loro impossibile di più soffrire le fatiche necessarie al medesimo servitio che perciò volessimo farli gratia di liberarli da quella schiavitudine, essibendosi di pagare alla nostra Camera l'infrascritte somme di denaro cioé
[sono elencati dieci nomi e somme rispettive] ... che in tutto sono scudi 2.025, et havendoli voi veduti e statovi riferito dagli officiali da' quali l'havete fatti riconoscere che il trattamento di detti schiavi in dette galere in riguardo all'indispositioni delle quali patiscono e della loro età dalle quali sono resi inhabili al servitio possa piuttosto portare alla nostra Camera danno che utile, habbiamo risoluto di far loro gratie...quindi vi ordiniamo che pagandosi da detti schiavi turchi nella nostra depositaria generale... la somma di ciascuno di loro com'è sopra esibita O QUELLA MAGGIORE CHE VI RIUSCIRA' DI FARVI PAGARE, ad essi (...) concediate la libertà e lo SCIOGLIMENTO DALLA CATENA...

Dato dal nostro Palazzo di, Monte Cavallo questo di primo febraro 1687
                                            INNOCENTIUS XI

Qui è chiaro che il papa, dietro un'apparente generosità, non ha fatto che valutare volgarmente costi e ricavi: solo quando gli stessi ufficiali delle galere gli avranno assicurato che il tenere in servizio quei vecchi malconci avrebbe arrecato alla Camera Apostolica più danno che utile, deciderà di liberarli, raccomandando però al Tesoriere che, nel caso, cerchi di spremer da loro più danaro possibile oltre i risparmi da loro offerti; e si trattava di derelitti a cui in appresso sarebbe toccato sopravvivere in un porto, risparmiando anche sul vitto pur di serbare qualche soldo da offrire a chi fosse disposto ad imbarcarli e riportarli in patria. Ma costoro eran già fortunati perchè "inhabili" sì, ma in grado di promettere una piccola somma; non erano quei "veri carcami, dichiarati affatto inabili e storpi o pieni di acciacchi e decrepiti" accanto ai cui nomi non era cenno di denaro offerto.

Tanto per dare un'idea dell'immutabile e secolare protrarsi della schiavitù pontificia, il Bertolotti presenta due ultimi documenti rispettivamente del 1788 e del 1794."

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